Lorenzo Spurio su “Diramazioni” di Bartolomeo Bellanova

Recensione di Lorenzo Spurio

Il poeta bolognese Bartolomeo Bellanova ha recentemente pubblicato un nuovo libro di poesia, Diramazioni (Ensemble, Roma, 2021), sulla cui copertina si staglia – visto d’alto – un intrico di linee ferroviarie, scambi e incroci di una qualsiasi stazione italiana, a intendere il senso del passaggio e i motivi del trascorrere e dello spostarsi.

La nuova raccolta s’incanala in un percorso di creazione e di ricerca personale che già ha visto produrre segni maturi rappresentati dalle precedenti raccolte poetiche tra le quali cito A perdicuore – Versi scomposti e liberati (2015) e la più recente Gocce insorgenti (2017). Pregevole è, in Bellanova, la sua particolare e sentita adesione ai motivi che dettano l’esigenza di abbracciare cause umanitarie e civili, in difesa dei diritti dell’uomo. Ciò è riscontrabile anche dalla sua attività di redattore (macchinista) della rivista di letteratura «La macchina sognante», nata alcuni anni fa sulle orme di «Sagarana» dell’indimenticato professore Julio Monteiro Martins prendendone in prestito proprio la titolazione tratta dall’ultima opera del celebre scrittore brasiliano.

Di indubbio interesse e valevole di polifoniche interpretazioni è la corposa nota critica introduttiva, posta nei termini di prefazione, stilata dal docente universitario Fulvio Pezzarossa nella quale, con un’acribia che rasenta l’esaustività, è come se venisse “confezionato” su misura – perfettissimo – un abito ad hoc per la silloge che il lettore s’approssima a leggere. Pezzarossa, pur parlando della “sintonia coi panorami urbani bolognesi” (9) che s’intuisce in varie liriche di Bellanova ci parla di una silloge costruita attentamente, pluristratificata e profondamente attinente all’uomo contemporaneo. La natura etico-civile di molta poesia di Bellanova con questo nuovo volume trova senz’altro un alveo fecondo ed è ben decodificata nella prefazione alla quale – aspetto poco comune – è stato dato anche un titolo (“Spiccare il volo”). In questo testo, per l’appunto, si parla dell’opera nei termini di un “punto di confronto [di] temi controversi e dibattuti, quali l’obbligo di accoglienza e tolleranza nei confronti di un’altra, troppo sconosciuta umanità, in un tempo che ci ha dimostrato l’inanità delle idee di confini, barriere e separatezze, discusse e negate per elaborare strumenti di connessione per nuovi statuti di civiltà” (11).

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Poco più di cento pagine compongono Diramazioni, opera compatta che si snoda tra percorsi apparentemente diversi, percorrendo tragitti su linee che partono tutte da un unico centro, quello dell’introspezione del Nostro e la sua capacità di verbalizzare stati di disagio che osserva con compiutezza e mosso da una tensione umana. Così, dopo il testo di Pezzarossa, si attraversa – come in un percorso a tappe – le sezioni “Nei corpi”, “In te”, “Negli spazi” e “Nel tempo”, quasi micro-sillogi, ambiti del verso inclusivi e concatenanti, nei quali Bellanova esprime se stesso alla luce dei sommovimenti dell’interiorità e del disagio per la questione sociale. Questa tetra-partizione è già di per sé significativa del rapporto che, di volta in volta, viene indagato nei termini di riflesso o ricaduta in un’alterità, piuttosto che un’interrogazione del limite.

Estrapolare, non proprio a random, alcuni versi che appaiono forse più incisivi e dotati di plurime valenze, si rivela spesso un buon metodo per meglio evidenziare contenuti o comunque motivi più o meno latenti dell’Autore di quelle determinate opere eppure qui, nell’opera di Bellanova, sembra qualcosa di difficile da operare, un procedimento che apparirebbe macchinoso, limitativo, dunque ostativo all’interpretazione verso un potenziale lettore. Come sempre, però, vale la pena di percorrere il rischio (se non altro per sentire direttamente la voce e il tono dell’io lirico): “Io credo sopra a ogni cosa / alla lama pungente delle lacrime” (17) si enuclea – quale un dei versi più richiamativi – la poesia d’apertura. La gran parte dei titoli che anticipano le poesie della prima sezione sono rivelatori di questa andatura di Bellanova nel suo contesto, del suo passaggio e della sua osservazione, ma ciò non deve far pensare a qualcosa di affine al flâneur né a una vera letteratura odeporica. Altre poesie – lo si evince dal titolo – richiamano momenti vissuti dal poeta quali cruciali (“Resilienza”, “Attesa”) in quanto dispensatori di una rinata consapevolezza e rivelatori di stadi esperienziali e di ricerca interiore.

Bellanova pur evitando nella gran parte dei casi di riferirsi in maniera didascalica o descrittiva a determinati episodi e circostanze, non nasconde la sua esigenza di ricorrere alla poesia quale motivo di fuga da una realtà spesso caotica e dettata da violenza (“ho visto troppi morti”, 44; “ogni coltellata del mondo”, 45), sebbene più che una fuga – che poca cosa sarebbe – ci troviamo dinanzi a una dichiarazione di disaffezione generale, a una forma di denuncia adoperata con linguaggi e toni mai esaltati, disperati, né retorici.

La seconda sezione, “In te”, come il titolo ben rimarca, apre a una confessione di un piano intimo e prettamente personale e anche qui i titoli delle singoli poesie sono rivelatori: “Contatto”, “Nucleo”, componimenti volti ad aderire a un’auscultazione profonda dell’emotività del Nostro.

Segue “Negli spazi” dove visioni, tormenti e considerazioni del Nostro trovano la loro giusta collocazione nel contesto ambientale che gli è proprio: nella città e nei quartieri che giornalmente attraversa, così come avviene in “Risveglio”: “Bologna di sotto panciuta e distesa / stropiccia gli occhi alle bifore, / stira i reumatismi dei mattoni / e la sciatalgia delle torri comari” (71). Tuttavia non è solo il capoluogo felsineo a trovare posto in queste poesie, vi si ritrovano, infatti, anche componimenti relativi ad altre città da Bellanova visitate, frequentate, percorse, amate quale Firenze e Casteldimezzo, una piccola frazione del comune di Pesaro, posta in posizione arroccata, come un balcone sull’Adriatico.

Dell’ultima sezione, “Nel tempo”, particolarmente degne di attenzione mi sembrano “In tua memoria, padre” e “Per Michela”. Il primo è un componimento abbastanza lungo, con strofe di diversa struttura, nel quale l’io lirico ripercorre momenti relegati ormai nel baule dei ricordi e tenta, ancora, con il genitore paterno, una sorta di dialogo, reso possibile da una serie di interrogativi che l’Autore va ponendo e che strutturano, anche sonoramente, il brano in maniera ben definita.

La poesia successiva, la penultima dell’intero libro, porta il titolo “Per Michela” e, come la nota a piè di pagina spiega, è dedicata alla scrittrice e giornalista Michela Turra scomparsa prematuramente all’età di sessant’anni nel 2019. L’anno successivo suo marito, il noto poeta di origini calabresi Giorgio Scalise, l’ha raggiunta. Questa poesia ha la tessitura di una conversazione informale tra amici, un estratto di ciarle comuni al telefono, a sottolineare la conoscenza e la stima nata e maturata nel rapporto tra l’Autore e la donna. Componimento che, proprio come la recente iniziativa della Biblioteca Comunale di Marzocca di Senigallia (AN) che ha bandito il Concorso Letterario “Amori e dintorni” in sua memoria, permette di tramandare il ricordo della Turra e di consigliare, per chi non l’ha mai letta né conosciuta, di riscoprire le sue opere.

Lorenzo Spurio

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